Negli ultimi anni l’Italia ha assunto un ruolo sempre più strategico nell’ambito della c.d. Space and Blue economy, riconoscendo l’importanza di integrare le due dimensioni (spazio e mare) in una visione sistemica e prospettiva dell’assetto regolatorio.
È l’innovazione sostenibile l’elemento che accomuna la Space economy e la Blue economy, che offrono entrambe significative opportunità per promuovere la crescita economica, la ricerca e la leadership globale, integrando tecnologie avanzate ed iniziative di collaborazione internazionale.
Le sfide che entrambe condividono derivano dalla loro natura di economie emergenti e strategiche, ad alta innovazione tecnologica e fortemente legate alla sostenibilità, alla sicurezza ed alla geopolitica internazionale.
In un contesto in cui la governance dei due domini presenta significative similitudini in termini di caratteristiche giuridiche ed operative, non può oggi che assumere decisiva rilevanza la necessità di definire regole normative chiare, aggiornate e condivise, in grado di garantire l’uso sostenibile delle risorse (spazio e mare), quali beni comuni globali, evitando conflitti di giurisdizione ed assicurando l’accesso equo e sicuro a dati e tecnologie.
Anche l’Italia, come molti altri Paesi, si è di recente dotata di un quadro normativo organico per regolamentare le attività spaziali mediante l’adozione della Legge 13 giugno 2025, n. 89, Disposizioni in materia di economia dello spazio (G.U. n. 144 del 24 giugno 2025): un testo atteso da tempo, che definisce le modalità di accesso allo spazio extra-atmosferico per operatori pubblici e privati, sia nazionali, sia stranieri, nell’intento di consolidare la posizione dell’Italia nel contesto europeo ed internazionale.
La legge quadro si applica alle attività spaziali condotte da operatori di qualsiasi nazionalità nel territorio italiano, nonché a quelle svolte da operatori nazionali al di fuori del territorio italiano, prevedendo la necessità che esse siano soggette ad autorizzazione, con l’eccezione delle attività svolte sulla base di autorizzazione rilasciata da altro Stato, se riconosciuta dall’Italia in base a un trattato internazionale.
L’autorizzazione per l’esercizio delle attività spaziali è subordinata al possesso di requisiti oggettivi di idoneità tecnica e requisiti soggettivi in termini di condotta, di capacità professionale e solidità finanziaria.
Nell’ambito del quadro regolatorio assume un ruolo centrale l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), incaricata di vigilare sugli operatori spaziali, revocare le autorizzazioni in caso di non conformità, nonché gestire il Registro nazionale degli oggetti spaziali, in cui devono essere iscritti tutti i manufatti per i quali l’Italia è considerata Stato di lancio.
La legge quadro prevede, altresì, l’elaborazione di un Piano Nazionale per l’Economia dello spazio, che provveda periodicamente all’analisi, alla valutazione e alla quantificazione delle esigenze del settore spaziale, al fine di identificare gli investimenti da finanziare con risorse pubbliche e contributi privati; così come l’istituzione di un Fondo per la Space Economy con carattere pluriennale, destinato a sostenere le attività spaziali e favorire lo sviluppo di prodotti e servizi innovativi basati sull’uso di tecnologie spaziali e sull’utilizzo commerciale delle infrastrutture, nonché promuovere l’accesso delle PMI e delle start-up ai contratti pubblici nel settore aerospaziale.
Un ulteriore e decisivo passo verso un nuovo paradigma di “governo dei domini strategici” è avvenuto, ancora più recentemente, con l’adozione della Legge 26 gennaio 2026, n. 9, Disposizioni in materia di sicurezza delle attività subacquee (G.U. n. 21 del 27 gennaio 2026), che ha introdotto per la prima volta in Italia una regolamentazione organica per un settore (quello subacqueo) sempre più rilevante sotto il profilo strategico, economico ed ambientale.
La legge introduce una visione unitaria della dimensione subacquea come insieme di attività, infrastrutture ed operazioni, svolte al di sotto della superficie delle acque marine ed interne e soggette alla giurisdizione italiana.
In particolare, la normativa intende definire un quadro regolatorio uniforme per l’esercizio delle attività subacquee, superando la precedente frammentazione regolatoria; assicurare la protezione delle infrastrutture subacquee di interesse pubblico e strategico (es. cavi, condotte sottomarine, impianti); garantire la sicurezza delle persone impegnate in attività subacquee e iperbariche; promuovere la tutela dell’ambiente subacqueo, conformemente alla normativa nazionale e comunitaria.
A tal fine viene istituita l’“Agenzia per la sicurezza delle attività subacquee”, quale ente di diritto pubblico autonomo, collocato alle dipendenze funzionali della Presidenza del Consiglio dei Ministrie con un ruolo di indirizzo e coordinamento tecnico e strategico in materia di sicurezza delle attività subacquee, con riguardo all’elaborazione di linee guida e standard di sicurezza, al supporto tecnico alle decisioni delle amministrazioni competenti, alla promozione di criteri uniformi su tutto il territorio nazionale, alla prevenzione di conflitti di attribuzione tra soggetti pubblici con funzioni concorrenti.
L’Agenzia si configura come espressione di un modello di governance pubblica che privilegia l’istituzione di organismi specializzati per la gestione dei domini strategici (spazio, cyberspazio, infrastrutture critiche): una risposta istituzionale, dunque, all’esigenza di un sistema di governo avanzato, idoneo a garantire una gestione efficace della complessità tecnologica e un bilanciamento tra indirizzo politico e competenza tecnica.
Se la direzione è quella di volgere verso un nuovo paradigma di “governo dei domini strategici”, l’integrazione tra la dimensione spaziale e quella subacquea appare funzionale alla costruzione di meccanismi di governance del rischio a carattere interoperabile e di modelli di gestione coordinata delle infrastrutture critiche, nonché allo sviluppo di standard tecnici e giuridici trans-settoriali.
Tale impostazione presuppone un’evoluzione dell’ordinamento verso forme di regolazione integrata, idonee a trascendere i confini tradizionali tra settori normativi distinti, con la conseguente progressiva affermazione di un “diritto dei domini strategici”, fondato su principi comuni di sicurezza, prevenzione del rischio, responsabilità e controllo pubblico.
In tale contesto, mare e spazio non vengono più considerati come ambiti autonomi e distinti, ma come componenti interdipendenti di un’unica architettura regolatoria, orientata alla tutela dell’interesse pubblico primario e alla salvaguardia degli interessi strategici dello Stato.